I vincitori del concorso ufficiale di Venezia 82
Leone d’oro al miglior film: Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch
Leone d’argento (Gran Premio della giuria): The Voice of Hind Rajab di Kawthar ibn Haniyya
Leone d’argento (Premio speciale per la regia): Benny Safdie per The Smashing Machine
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: Toni Servillo per La grazia
Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Xin Zhilei per The Sun Rises On Us All
Premio Osella per la migliore sceneggiatura: Valérie Donzelli e Gilles Marchand per À pied d’œuvre
Premio speciale della giuria: Sotto le nuvole di Gianfranco Rosi
Premio Marcello Mastroianni: Luna Wedler per Silent Friend
I vincitori di Orizzonti
Premio Orizzonti per il miglior film: On The Road di David Pablos
Premio Orizzonti per la miglior regia: Songs for forgotten trees di Anuparna Roy
Premio speciale della giuria: Lost Land di Akio Fujimoto
Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile: Giacomo Covi per Un anno di scuola
Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile: Benedetta Porcaroli per Il rapimento di Arabella
Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura: Hiedra di Ana Cristina Barragan
Premio Orizzonti per il miglior cortometraggio: Utan Kelly di Lovisa Sirén
Il focus di quest’anno, i Premi 82 Cinema Venezia, ha evidenziato le opere più significative della manifestazione.
Il palmares della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia come quello di altri festival ha tra i suoi pregi quello di offrire un modello di paragone con cui confrontarsi. In questo senso il consuntivo della manifestazione è quello di una selezione che in molti casi ha sacrificato gli esiti dell’opera al prestigio dell’autore portando alla Mostra una serie di titoli destinati a occupare le posizioni di rincalzo nelle filmografie di registi di culto come Jim Jarmush, László Nemes, Benny Safdie e François Ozon, artefici di opere che per ragioni diverse sono risultate o troppo esili – è il caso di “Father Mother Sister Brother” e “The Smashing Machine” – o troppo ambiziose – pensiamo a “L’étranger” e ancora a “Orphan” – per risultare riuscite. Di certo c’è che la Mostra si è divisa tra l’immersione nelle questioni più scottanti della realtà contemporanea – “Il mago del Cremlino” e “The Voice of Hind Rajab” (assente dalla lista dei film visionati dallo scrivente), “A House of Dynamite” e il racconto di storie più intime e personali come “Silent Friend” e “The Testament of Ann Lee”, il cui merito è stato soprattutto quello di ricordarci che il cinema è innanzitutto una questione di emozioni. In questo senso a conquistare le nostre è stata la mancanza di retorica con cui Valerie Donzelli ha raccontato il tema della povertà in “À pied d’œuvre” oppure il feuilleton di generi e registri creato con la solita maestria da Park Chan-wook per il suo “No Other Choice”. In tale contesto il cinema italiano ha fatto la sua parte in concorso ma soprattutto nelle sezioni collaterali in cui a prenderci in contropiede è stata la capacità di Bonifacio Angius e Laura Samani di rimanere sé stessi all’insegna del cambiamento con due film, “Confiteor” (Giornate degli Autori) e “Un anno di scuola” (Orizzonti) che sarebbero stati meritevoli di figurare nella ristretta cerchia dei film in gara per i premi maggiori. Non è facile delineare un consuntivo completo della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, considerando come la Mostra al suo interno contenga più sezioni e dunque più anime e come sia impossibile, negli intensi giorni della manifestazione, seguire e vedere tutto. Il concorso (e la selezione in generale) ha presentato una buona qualità media, con poche vette: per chi scrive fondamentalmente “No Other Choice” di Park Chan-wook, “Un film fatto per Bene” di Franco Maresco e “Barrio triste” di Stillz (in Orizzonti). Fra le differenti visioni si possono rintracciare tre fil rouge: la rielaborazione di immagini pre-esistenti, l’elaborazione del lutto, la fine dell’umanità. Sia “Dead Man’s Wire” di Gus Van Sant, sia “The Smashing Machine” rielaborano episodi e personaggi realmente esistiti di cui abbiamo delle immagini (esibite nel caso del film vansantiano), addirittura è quasi un re-enactment “The Voice of Hind Rajab” della tunisina Kaouther Ben Hania che, a partire dalle vere registrazioni della bambina che telefonò alla Mezzaluna Rossa Palestinese chiedendo di essere salvata (dopo che la macchina in cui si trovava era stata crivellata di colpi dall’esercito israeliano, uccidendone la familia) mette in scena le reazioni e le tribolazioni di quei tragici momenti dal punto di vista di chi ricevette quella telefonata. Šarūnas Bartas firma con “Lagūna” una meditazione sul lutto causato dalla precoce scomparsa della figlia Ina, mettendosi in scena come attore insieme a Una, la figlia più piccola: il regista adopera inserti in bianco e nero, riusando materiale preesistente in cui a essere filmata è Ina. Anche “Remake” del documentarista americano Ross McElwee fa i conti con la scomparsa di un figlio, anche questa rielaborata attraverso materiale audiovisivo preesistente. Infine, Lanthimos, Park, Bigelow e, persino, Maresco mettono in scena visioni apocalittiche in cui l’umano e l’umanità sono residuali o a un passo dalla catastrofe. Si va dalle atmosfere più weird di “Bugonia”, remake di Lanthimos del sudcoreano “Save the Green Planet!”, al thriller politico di Bigelow “A House of Dynamite”, in cui la casa le cui pareti sono rivestite di esplosivo è il nostro pianeta, pronto a esplodere in un conflitto nucleare, alle riflessioni più personali di Park nel rapporto tra disumanizzazione e mercato del lavoro e Maresco che di fatto completa il percorso di analisi dell’apocalisse palermitana iniziata con “CinicoTv” e mettendosi in scena come uno dei suoi freak. La giuria, che contava grandi personalità del mondo del cinema internazionale come Cristian Mungiu, Stephane Brizé, Fernanda Torres, Zhao Thao, ha espresso un verdetto in cui a spanne il peso del presidente di giuria Alexander Payne è stato decisivo. Il Leone d’oro è stato infatti assegnato a “Father Mother Sister Brother” di Jim Jarmusch che, per la generazione di Payne, è stato ed è tuttora un punto di riferimento, in un premio che somiglia tanto a un Leone alla carriera (per quanto l’opera sia meritevole, “Father Mother Sister Brother” non era il miglior film del concorso e non è sicuramente uno dei capolavori jarmuschiani). Il Leone d’argento al miglior regista è stato assegnato molto generosamente a un altro americano, ossia Benny Safdie che, insieme al fratello Josh, è stato uno dei registi indie più interessanti della sempreverde scena newyorkese del nuovo millennio. Tralasciando di commentare gli altri premi, non si può tacere del vero “caso” della Mostra e per molti la pietra dello scandalo, ossia il Leone d’argento – Gran premio della giuria a “The Voice of Hind Rajab” di Kaouther Ben Hania, in quanto dato come favorito assoluto sin dalla prima proiezione: proprio questo buzz ha però creato una di quelle situazioni spinose in cui qualsiasi decisione presa dalla giuria sarebbe stata contestata e contestabile, da una parte rei di insensibilità nei confronti del genocidio del popolo palestinese, dall’altra vittime di pressioni esterne e di consegnare il premio maggiore per i “contenuti”. Come spesso capita coi palmares festivalieri, l’assegnazione dei premi maggiori è frutto di una mediazione e di un compromesso.
Quello che non passa inosservato è come per la sesta volta negli ultimi dieci anni abbia trionfato un film americano, un dominio che pare quasi frutto di una sudditanza psicologica considerando quante volte negli ultimi tempi la parola “crisi” sia stata associata alla produzione made in Hollywood. E, allargando lo sguardo alla selezione, il concorso ufficiale appariva già un albo d’oro di tutto rispetto: Assayas, Baumbach, Bigelow, Del Toro, Enyedi, Jarmusch, Lanthimos, Marcello, Nemes, Ozon, Park, Rosi, Sorrentino ma era inverosimile che tutti questi nomi potessero presentare il loro miglior film. A questi vanno aggiunti outsider più o meno affermati come Di Costanzo (alla prima volta in concorso) e Donzelli, oppure esordienti già celebri come Shu Qi, attrice taiwanese e musa di Hou Hsiao-hsien all’esordio dietro la macchina da presa, e Benny Safdie, a 39 anni il più giovane della selezione e al primo film in solitaria nonostante una carriera iniziata più di quindici anni fa. A mancare negli ultimi anni è stato il coraggio e anche un pelo di sfrontatezza per selezionare nel concorso ufficiale opere più rischiose, registi da lanciare e consacrare e non vecchie glorie da premiare. Una visione politico-culturale che andasse al di là delle copertine e delle prime pagine dei quotidiani. Dal prossimo anno Alberto Barbera (a cui vanno comunque riconosciuti meriti oggettivi, soprattutto nel primo quadriennio della sua direzione) non sarà più il direttore artistico della Mostra del cinema e si potrebbe pensare a un completo rinnovamento dei tali dinamiche. Paradossalmente si rischia di doverlo rimpiangere. Tra fervori glamour, code infinite, e un clima per la prima volta da anni mite al Lido, si è appena conclusa l’82ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. La vera notizia, ancora oggi, è stata che “The Voice of Hind Rajab” – il film con al centro l’omicidio di una bambina palestinese – non si è portato a casa quello che sarebbe stato il più politico dei Leoni d’Oro (e forse il più giusto?), ma solo (si fa per dire) il Leone d’argento – Gran Premio della giuria. Ha stupito, invece, non poco l’assegnazione del premio più atteso alla pellicola di Jim Jarmusch “Father Mother Sister Brother”, che al Lido era sicuramente piaciuta meno, ma sembrava sfavorita sia rispetto al film della regista Kaouther Ben Hania, sia rispetto alla sferzante satira sociale sul mondo del lavoro di “No Others Choice” di Park Chan-wook. L’altra sorpresa è sicuramente quella della Coppa Volpi a Xin Zhilei per “The Sun Rises on Us All”, melodramma abbastanza anonimo, nonostante le candidate illustri non mancassero, da Amanda Seyfried per l’interessante “The Testament of Ann Lee”, alla bravissima Barbara Ronchi per uno dei film italiani in concorso, ossia “Elisa” di Leonardo Di Costanzo. Per il resto, sia la Coppa Volpi a Toni Servilo per l’interpretazione del Presidente della repubblica ne “La grazia” di Sorrentino, sia l’Osella per la miglior sceneggiatura per “À pied d’œuvre” di Valerie Donzelli, decisamente annunciati, premiano sicuramente due film che hanno sorpreso e conquistato il Lido con i loro temi urgenti, intimi, tra pubblico e privato – al pari della scelta di onorare Gianfranco Rosi per il suo bellissimo “Sotto le nuvole” con il Premio speciale della Giuria. Venezia 82, dunque, si chiude lasciando dietro di sé un bilancio a due facce. I numeri, è indubbio, sono dalla parte della direzione artistica, dato che l’edizione appena conclusa ha saputo eguagliare e, in certi casi, pure superare quelli della Mostra precedente, anche grazie a una selzione di film in concorso, va detto, di primissimo piano – lo stesso (a livello di qualità e non di nomi) non si può forse dire della sezione Orizzonti, che quest’anno è sembrata spenta, opaca e lo dimostrano anche i premi un po’ approssimativi in merito. Dall’altro, la Mostra sembra forse incapace di tracciare nuove direzioni (siamo al sesto Leone d’Oro a un film americano), optare per scelte di rottura, scommettere. Il mancato Leone d’oro (che puzza di compromesso diplomatico) a “The Voice of Hind Rajab” fa quindi riflettere proprio in quest’ottica, più che sul piano meramente cinematografico. In altre parole, la Mostra sembra bloccata tra l’intenzione di crescere (sempre in lotta con la storica rivale Cannes), e la decisione di essere e/o rimanere laboratorio d’avanguardia politica, umana, cinematografica. Questa, più di altre, la domanda a cui il prossimo direttore artistico dovrà provare a rispondere.
Si ringrazia per l’ottimo lavoro svolto e per le splendide immagini, la nostra inviata sul posto, la fotografa Bontà Teresa Letizia. Di seguito la photo gallery dell’evento.



















