LA GUAJIRA: TRA SCENARI INOSPITALI E POVERTÀ ESTREMA

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Basta dire “La Guajira” ai colombiani per vedere le loro espressioni cambiare improvvisamente. Questa penisola remota, nell’estremo nord-est del paese, è vista come un luogo selvaggio, caratterizzato da solitudine e paesaggi molto diversi dal resto della Colombia: paesaggi desertici ed inospitali bagnati dal Mar dei Caraibi. Riohacha, la capitale de La Guajira, fino a qualche anno fa era il punto più a nord-est che raggiungevano i viaggiatori, fatta eccezione per coloro che attraversavano il confine con destinazione Venezuela. Questa penisola, riserva indigena abitata dai Wayuu, ha però pian piano dato il benvenuto ai visitatori ed il turismo sta cominciando a prendere il sopravvento. Durante i tour di 3 giorni che vengono offerti con partenza da Riohacha e da Uribia, si visitano Cabo de la Vela (raggiungibile – non facilmente – anche con autobus pubblici che sono più camionette aperte che trasportano anche 3 volte il numero normale di passeggeri) e Punta Gallina, il punto più a nord della Colombia e del sud America. Proprio vicino a Punta Gallina si trova poi la famosa Playa Taroa, una spiaggia dorata caratterizzata da dune di sabbia decisamente mozzafiato. Sicuramente la parola d’ordine dei tour di questa penisola è natura. Tuttavia, c’è un lato di cui non si viene spesso a conoscenza, non finché non ci si sbatte contro: l’estrema povertà degli indigeni che abitano queste zone estreme e inospitali. Prima di partire per il Tour, la guida si ferma a Uribia, dove consiglia ai turisti di comprare pane, acqua e caffè da dare ai bambini della riserva. La strada per Punta Gallina (sconsigliata da percorrere in auto a noleggio se non si è più che esperti nella guida 4×4 nel deserto, con GPS e mappa cartacea) è infatti piena zeppa di “peajes”, punti in cui i bambini indigeni, grazie a dei caselli arrangiati con bastoni e corde – e in alcuni casi di catene – bloccano il passaggio per chiedere alla macchina che sta percorrendo la “Ruta de Los turistas” un pagamento in cibo o acqua. Si trattasse di 3-4 peajes, la maggior parte dei visitatori dimenticherebbe ciò a cui assiste, ma non è così. I punti di blocco sono almeno una quarantina – se non una cinquantina – e ad ognuno di questi blocchi ci sono bambini che tendono la mano elemosinando cibo. Una scena forte anche per i meno empatici. Un problema che l’agenzia del turismo della zona sta cercando di arginare con pochi risultati, data la mancanza di aiuti da parte dello stato. Quando visito un paese, mi piace conoscere anche questo lato della medaglia che spesso tanti si rifiutano di vedere, perché è bene essere consapevoli dei problemi che spesso siamo proprio noi turisti ad accrescere e peggiorare – ma anche a migliorare come nel caso della Comuna 13 di Medellin. Quand’è che si supera lo stretto confine che c’è tra donare cibo per garantire la sopravvivenza e donare cibo a persone che sono entrate nel circolo vizioso di poter avere ciò che serve, semplicemente elemosinandolo ai turisti? Sono tematiche difficili da affrontare e che non meritano una soluzione semplicistica. Sono scene che meritano di essere viste dal vivo e non solo in televisione, come fossero lontane anni miglia da noi. Abbiamo bisogno di consapevolezza, non di bende per gli occhi.

                                                                                                          Alessandra Rufini

Questa è l’esperienza che ha voluto donarci Alessandra Rufini. Se anche tu hai un racconto o un’esperienza da voler condividere, invia una mail a: staffitalianmadhouse@gmail.com oppure contattami su Facebook o Instagram. Per vedere altre foto scattate dalla bravissima Alessandra e per continuare a scoprire le sue avventure, vi lascio in descrizione i link dei suoi profili social. Vi assicuro che ne vale davvero la pena:

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