Sit-in per Maila, grida di rabbia «Massacrata, galera a vita» Numerosi gli striscioni di amici e attivisti dell’associazione Altea affissi davanti alla casa dove Natalino Boscolo Zemello ha assassinato la moglie

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CAVARZERE. «Galera a vita», «Maila sei tutti noi», «No ai domiciliari, vogliamo l’Ergastolo», «Basta femminicidio». Queste frasi sono alcuni degli striscioni appesi dagli amici e dagli attivisti dell’associazione Altea a Cavarzere sulla porta della casa in cui è stata assassinata Maila Beccarello. La donna è stata uccisa a 37 anni la notte tra il 7 e l’8 agosto nella sua casa di Cavarzere, un comune di poco meno di 14 mila abitanti in provincia di Venezia. A riempirla di botte a mani nude fino a provocarne la morte è stato il marito, Natalino Boscolo Zemello, di due anni più giovane, che si trovava a casa agli arresti domiciliari per reati di tentata estorsione e violenza privata. È stato lui stesso a chiamare il 118, intorno alle 5 e 45 del mattino: in un primo momento ha ammesso al telefono di aver ucciso la moglie parlando confusamente di “una lite”, salvo poi ritrattare dicendo che la donna era “caduta dalle scale”. Quello che i carabinieri hanno trovato una volta raggiunta l’abitazione, ricostruisce VeneziaToday, sono le “tracce di un massacro”: “Sangue ovunque, sulle pareti, nelle stanze, nel bagno”. Il corpo esanime e tumefatto di Maila era davanti la porta d’ingresso, dove probabilmente l’aveva trascinato lo stesso Boscolo Zemello, lasciando impronte insanguinate in tutta la casa. Successivamente, durante l’interrogatorio di garanzia, l’uomo ha detto di aver reagito a un’aggressione di Maila, ma di non avere avuto l’intenzione di ucciderla: “L’ho colpita solo con due schiaffi e un pugno, poi le ho dato una spinta e ha sbattuto il viso contro il muro”. Il resto delle ferite, secondo il suo racconto, la donna se le sarebbe procurate cadendo. La versione, però, non ha convinto il giudice che ha convalidato l’arresto, per il quale si è trattato di omicidio volontario. Boscolo Zemello è stato definito da alcuni quotidiani un “detenuto modello”, uno che agli arresti domiciliari “non aveva mai sgarrato”. Quello con Maila era «un matrimonio come tanti, con liti che però non erano mai arrivate alle mani, salvo un paio di volte», ha detto l’avvocato Andrea Zambon, che difende l’uomo. I vicini hanno descritto Maila e il marito come una “coppia normale”, sostengono di non aver “mai sentito litigi” e di non essersi accorti di nulla all’alba dell’8 agosto. Non un urlo, non un botto, nonostante le case siano molto vicine le une alle altre. Nell’ultimo anno Maila era stata ricoverata al pronto soccorso di Adria cinque volte. In nessun caso aveva fatto cenno ai maltrattamenti. Così come non ne aveva mai parlato con le forze dell’ordine come dichiarato dal comando di Chioggia al Corriere del Veneto: “spesso era in caserma da sola per via dei domiciliari del marito. Se solo avesse trovato il coraggio di parlare saremmo intervenuti subito. E se avesse avuto la forza di scappare di casa e lui avesse provato ad inseguirla avremmo potuto accusarlo di evasione”. Maila, dunque, non aveva denunciato, mentiva sui lividi, cambiava discorso, non lasciava la casa dove viveva con il suo assassino. Ma Perché? Queste sono le domande, dice Visentin su La27esimaOra, che si fanno vicini, compaesani e forze dell’ordine. Come se ci fosse una “colpa” di Maila in quello che le è successo. Ma i quesiti da porsi, secondo la giornalista, sarebbero altri. Possibile che nessuno abbia sentito nulla o sia intervenuto? E soprattutto: perché le donne vittime di violenza continuano a essere lasciate sole? Non aiuta nemmeno la rappresentazione della violenza che fanno i media, che «si occupano di questo tema praticamente solo nei casi di femminicidio, e troppo spesso sono costretti a scrivere che la donna aveva già denunciato il partner, ma ciò non era bastato a salvarla. Mentre solo nei centri antiviolenza della rete D.i.Re vengono accolte ogni anno circa 22 mila donne, che via via riprendono in mano la propria vita». Speriamo di non dover più scrivere notizie di questo genere e che si attui un programma di difesa e protezione che parta già dalla prima segnalazione e denuncia. Vi ricordo che ItalianMadHouse è sempre a sostegno e in difesa di qualsiasi vittima di violenza e che per segnalazioni o denunce basta contattarci. Vi invito sempre a denunciare qualsiasi episodio di violenza alle forze dell’ordine o a recarvi nei centri antiviolenza sparsi sul territorio. Ricordatevi che non siete sole. Noi ci siamo!!!

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